Puntare su Bashar per isolare il «folle di Teheran». Riabilitare un regime dispotico per provare a disinnescare la bomba (nucleare) iraniana. Un azzardo, ma un azzardo calcolato. «La pace non è mai stata così vicina»: un’affermazione impegnativa, fin troppo. Tanto più se a pronunciarla è un leader in caduta libera nel suo Paese, come lo è il premier israeliano Ehud Olmert. Ma quella materializzatasi a Parigi è qualcosa di più di una fragile speranza. È la consapevolezza che se la pace non si avvicina, ad avvicinarsi, a grandi passi, è la guerra. Una guerra che rischierebbe di far esplodere la polveriera nucleare mediorientale. Per questo l’Europa, ancor più che un’assente America, a Parigi ha provato a giocare la «carta siriana». Per provare a dividere Damasco da Teheran, innanzitutto. Il tempo non lavora per la pace: lo sanno bene i leader che si sono riuniti a Parigi. Come sanno che in Medio Oriente il vuoto dell’azione diplomatica è sempre riempito dal sinistro linguaggio delle armi. E del terrore. Una cosa appare certa: l’attuale status quo non regge più. Non regge sul fronte israelo-palestinese, e ancor più su quello iraniano. Fuori dai sorrisi, dalle strete di mani, dagli abbracci e dalle frasi roboanti, spenti i riflettori, a restare viva è la consapevolezza che la posta in gioco, nei prossimi mesi, è di quelle che fanno tremare le vene dei polsi: evitare la guerra.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=77154