In esso sono presenti i principi base dell’economia della conoscenza: “Il governo federale deve avere una propria politica nazionale in materia di scienza”, sostenere “la ricerca e l’educazione”, incoraggiarne non tanto i risvolti applicativi ma soprattutto la funzione di generatore di “capitale umano”.
E non solo nel campo delle scienze cosiddette forti, ma in tutta la sua estensione di discipline e tradizioni: “sarebbe una follia intraprendere un programma nel quale la ricerca nelle scienze naturali e mediche fosse incrementata a discapito delle scienze sociali, di quelle umane e di altri studi così essenziali al benessere naaionale”.
In uno dei quadri si coglie la situazione tra i membri dell’OECD: l’Italia occupa il penultimo posto (dietro realtà considerate in genere più arretrate della nostra: Ungheria, Polonia, Messico, Cile); in percentuale, infatti, il nostro Paese investe poco più della metà di ciò che dedicano all’educazione Stati Uniti, Danimarca e Islanda e si pone così in basso alla classifica, lontano molti posti più in basso da partner europei come Francia e Regno Unito.
Non è vero che l’Università americana sia frutto dei privati; la ricerca statunitense sta a cuore del Governo federale, tanto che nel 2009 ha speso 705 milioni di dollari solo per l’Università di Harvard; e se il dato suona ancora una volta criptico, di nuovo torna utile ricorrere alla comparazione: per l’intera ricerca universitaria italiana lo Stato investe 136 milioni, il 19 % del budget annuale che in America è destinato a una sola università.
Fonte:
http://notizie.tiscali.it/opinioni/doppiozero/2266/articoli/Pregiudizi-o-conoscenza-per-risanare-l-Italia.html